Sottomenu

Home  > DI TUTTO UN PO'

DI TUTTO UN PO'

IL MIRACOLO EUCARISTICO DI LANCIANO


Il Miracolo Eucaristico di Lanciano è avvenuto circa l'anno settecento. Ciò si desume da circostanze e concomitanze storiche dovute alla persecuzione in Oriente da parte dell'Imperatore Leone III, l'Isaurico, il quale iniziò una feroce persecuzione contro la Chiesa e il culto delle immagini sacre (iconoclastia). In concomitanza della "lotta iconoclasta" nella Chiesa orientale, molti monaci greci si rifugiarono in Italia, tra essi i monaci basiliani, discepoli di San Basilio (329-379) Vescovo di Cesarea di Cappadocia (nell'attuale Turchia Orientale). Alcune comunità di esse si rifugiarono a Lanciano.
 

Un giorno un monaco mentre celebrava la Santa Messa fu assalito dal dubbio circa la presenza reale di Gesù nella Santa Eucaristia. Pronunziate le parole della consacrazione sul pane e sul vino, all'improvviso, dinanzi ai suoi occhi vide il pane trasformarsi in Carne, il vino in Sangue.


La tradizione, non attenta come noi oggi ai particolari delle vicende umane, non ci ha consegnato i dati anagrafici del monaco-sacerdote tra le cui mani si è verificato lo straordinario e inatteso mutamento. Sappiamo che era un monaco di rito orientale, greco, appartenente alla grande famiglia spirituale dei basiliani. Un documento del 1631, che riferisce il Prodigio con dovizia di particolari, ci aiuta ad entrare nel mondo interiore dell'anonimo protagonista, dipingendolo "non ben fermo nella fede, letterato nelle scienze del mondo, ma ignorante in quelle di Dio; andava di giorno in giorno dubitando, se nell'ostia consacrata vi fosse il vero Corpo di Cristo e così nel vino vi fosse il vero Sangue".
Un uomo dunque tormentato dal dubbio, disorientato dalle varie correnti d'opinione, anche nel campo della fede, lacerato dalla inquietudine quotidiana.

Quale fu la sua reazione di fronte alla inattesa mutazione che coinvolse anche le specie sacramentali? Attingendo dal citato documento, leggiamo: "Da tanto e così stupendo miracolo atterrito e confuso, stette gran pezzo come in una divina estasi trasportato; ma, finalmente, cedendo il timore allo spirituale contento, che gli riempiva l'anima, con viso giocondo ancorché di lacrime asperso, voltatosi alle circostanti, così disse: 'O felici assistenti ai quali il Benedetto Dio per confondere l'incredulità mia ha voluto svelarsi in questo santissimo Sacramento e rendersi visibile agli occhi vostri. Venite, fratelli, e mirate il nostro Dio fatto vicino a noi'". E' il sentimento comune che si accompagna ad ogni esperienza di Dio e del suo misterioso agire con i figli degli uomini. Il pane e il vino, investiti dalla forza creatrice e santificatrice della Parola, si sono mutati improvvisamente, totalmente e visibilmente in Carne e Sangue.

 

 Da oltre dodici secoli, a Lanciano, e' conservato il primo e piu' importante Miracolo Eucaristico della Chiesa Cattolica.
Tale prodigio avvenne verso la meta' del secolo VIII d.C., nella chiesa di San Legonziano, per il dubbio di un monaco basiliano sulla presenza reale di Gesu' nell'Eucarestia.
Durante la celebrazione della Santa Messa, fatta la doppia consacrazione, l'ostia divento' Carne viva e il vino si muto' in Sangue vivo, raggrumandosi in cinque globuli irregolari e diversi per forma e grandezza.

 

L'Ostia-Carne, come oggi si osserva molto bene, ha la grandezza dell'ostia grande attualmente in uso nella Chiesa latina, e' leggermente bruna e diventa tutta rosea se osservata in trasparenza.
Il Sangue e' coagulato, di colore terreo, tendente al giallo-ocra.

La Carne dal 1713 e' conservata in un artistico Ostensorio d'argento, finemente cesellato, di scuola napoletana. Il Sangue e' contenuto in una ricca e antica ampolla di cristallo di Rocca.
Il Santuario e' attualmente gestito dai Frati Conventuali Minori della Chiesa di San Francesco.

 

 

IL MIRACOLO EUCARISTICO DI OFFIDA (AP)

Il miracolo

 

È un avvenimento accaduto nel 1273 a Lanciano ed è la storia di Ricciarella e del marito Giacomo Stasio, carrettiere, i quali passavano giornate fra continui litigi.
La donna, per riconquistare la pace familiare, si fece convincere da una fattucchiera a trafugare l’ostia consacrata durante la comunione mattutina per mescolarla nei cibi del marito e, dopo aver a lungo meditato, la pose su un coppo arroventato per polverizzarla. A questo punto avvenne il prodigio perché l’ostia si trasformò in brandelli di carne ed il sangue incominciò ad uscire così copioso tanto che la donna fu costretta a tamponare il coppo, sul quale aveva posto l’ostia, con una tovaglia domestica.
Presa dal rimorso seppellì tutto nella stalla sotto il letame ma, alla sera, quando il marito tornò dal lavoro, il mulo si rifiutò di entrare nella sua dimora. Solo dopo ingiurie e percosse il mulo entrò nella stalla, ma si inginocchiò con il muso rivolto verso il luogo dove erano sepolti i resti dell’atto sacrilego.
Siccome la scena si ripeteva tutte le sere e l’armonia fra i coniugi diventava sempre più precaria, la donna confessò tutto a fra Giacomo Diotallevi, priore del convento agostiniano, il quale prese i resti del miracolo e, nel 1280, li portò ad Offida.
I consoli ed i religiosi offidani, dopo aver ascoltato il racconto del priore, decisero di onorare degnamente il miracolo e commissionarono ad un valente orafo veneziano una croce d’argento all’interno della quale furono posti i resti del prodigio (sec.XIV).
Durante il viaggio di ritorno verso Offida le reliquie sfuggirono miracolosamente alle navi del doge il quale, venuto a conoscenza che un monaco della Marca trasportava via mare delle cose prodigiose, aveva deciso di impadronirsene per arricchire Venezia di un altro tesoro.
Da allora le reliquie sono conservate nella chiesa di S.Agostino a Offida (AP).

DOMENICA DI PASQUA - RESURREZIONE DEL SIGNORE - 4 APRILE 2010

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Parola del Signore

 

La Parola pregata.


Dal Vangelo al dialogo con Dio

Non si arriva magicamente
alla fede in te, Signore Risorto.
C’è un percorso da compiere,
un itinerario che ci attende.
È la strada che nasce da un annuncio,
ancora doloroso ed oscuro,
quello recato da Maria Maddalena:
«Hanno portato via
il Signore dal sepolcro!».

È la distanza coperta di corsa
da Pietro e da Giovanni
per andare a rendersi conto, di persona.
È la constatazione sconvolgente
di una tomba vuota,
con i teli posati all’interno
e il sudario avvolto
in un luogo a parte.
È la sosta di Giovanni, il più giovane,
che attende all’esterno
perché fa entrare Pietro per primo.

Ed è il passaggio attraverso le Scritture,
a cui tutti devono sottomettersi.
Ecco, solo dopo tante tappe
è possibile vedere e credere.
Vedere i segni
e credere in te, risorto e vivo.

Vedere le tracce
e accogliere la tua presenza.
Signore Gesù, Signore Risorto,
conduci ognuno di noi
sulla strada della fede
perché possiamo incontrarti vivo
e lasciarci trasfigurare dal tuo amore.

VENERDI' SANTO - PASSIONE E MORTE DI GESU' CRISTO NOSTRO SIGNORE - 2 APRILE 2010

Per la Chiesa cattolica, il Venerdì Santo è il giorno della morte di Gesù Cristo, secondo giorno del Triduo Pasquale, che ha inizio con la liturgia vespertina o in coena domini del giovedì santo. Come nel Mercoledì delle Ceneri, i fedeli dai 14 anni di età sono invitati all'astinenza dalla carne (sono ammessi uova e latticini), e quelli dai 18 ai 60 anni al digiuno ecclesiastico, che consiste nel consumare un solo pasto (pranzo o cena) durante la giornata (è ammessa, oltre a questo, una piccola refezione).

Cristo morto

Il digiuno si compie in segno di penitenza per i peccati che Gesù è venuto a espiare nella Passione, ed assume inoltre il significato mistico di attesa dello Sposo, secondo le parole di Gesù (Mt 9,15); lo Sposo della Chiesa, cioè Cristo, viene tolto dal mondo a causa del peccato degli uomini, ma i cristiani sono invitati a preparare con il digiuno l'evento gioioso del suo ritorno e della liberazione dalla morte; questo evento si attua non solo nel memoriale della sua resurrezione, la domenica di Pasqua, ma anche nella continua venuta del Signore nel cuore dei fedeli che sono pronti ad accoglierlo e a morire con lui al peccato per risorgere ad una vita nuova, e infine nell'ultima venuta di Gesù nella gloria alla fine dei tempi.

Non si celebra l'Eucaristia: infatti durante la celebrazione liturgica pomeridiana del Venerdì santo si distribuisce l'eucaristia consacrata il giorno precedente, il Giovedì Santo (Celebrazione In Coena Domini), in cui si ricorda l'ultima cena del Signore con i discepoli e il tradimento di Giuda. La liturgia inizia nel silenzio, come si era chiusa quella del giorno precedente e come si apre quella della veglia di pasqua nella notte del sabato santo, quasi a sottolineare come il triduo pasquale sia un'unica celebrazione per i Cristiani.

 

GIOVEDI' SANTO - MESSA IN CENA DOMINI - 1 APRILE 2010

La sera del giovedì invece si celebra la Messa in Cena Domini (Messa della Cena del Signore), che dà solenne inizio al Triduo Pasquale; in essa si fa memoriale dell'Ultima Cena consumata da Gesù prima della sua passione e si commemorano l'istituzione dell'Eucarestia e del sacerdozio e il comandamento dell'amore. Durante questa Messa si svolge il rito della lavanda dei piedi, ripetendo quello che Gesù stesso fece dopo l'Ultima Cena.

  • Dopo il Gloria della Messa, in cui suonano a festa,le campane non vengono più suonate fino al Gloria della Veglia Pasquale, nella notte fra il Sabato Santo e il giorno di Pasqua, per sottolineare con il silenzio l'attesa della gioia pasquale, quando le campane stesse risuoneranno a festa.

La messa Vespertina del Giovedì Santo dà solenne inizio al Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Gesù.

  • La comunione si può amministrare sotto le due specie.

La celebrazione termina con la processione eucaristica all'Altare della reposizione.

In serata, fino alla mezzanotte, i cristiani sono invitati a soffermarsi presso l'altare della reposizione in adorazione dell'Eucaristia donata da Gesù in questa notte, e nella meditazione sulla sua agonia nel Getsemani e sul suo tradimento.

Questa tradizione è di uso comune soprattutto nei centri dell'Italia meridionale, dove con il termine "andare a fare i sepolcri" si intende proprio il visitare, a partire dal pomeriggio, il sepolcro di Cristo addobbato. Il sepolcro è in realtà l'Esposizione Eucaristica, con le ostie precedentemente consacrate. L'usanza è che ogni fedele visiti da cinque (quante sono le piaghe di Cristo) a sette (quanti sono i dolori della Madonna) di questi allestimenti delle varie chiese.

IN PREPARAZIONE ALLA SETTIMANA SANTA - DOMENICA DELLE PALME - 28 MARZO 2010

Un trionfo momentaneo e poi la passione.
COMMENTO DI Monaci Benedettini Silvestrini  
Domenica delle Palme (Anno C) (28/03/2010)
Vangelo: Lc 22,14-23,56 (forma breve: Lc 23,1-49)   

Prima i rami d'ulivo, i mantelli stesi a terra a mo' di tappeti, l'Osanna al Figlio di Davide e poi… la condanna il «crocifìggilo». Vengono denunciate così palesemente, le tremende contraddizioni dei comportamenti umani: un effimero trionfo tributato a Cristo riconosciuto Figlio di Davide, Re e Signore e poi, forse le stesse voci che l'osannano, gridano perché sia crocifisso e fatto tacere per sempre. Comprendiamo così il significato recondito delle nostre peggiori passioni e gli effetti devastanti di una miopia spirituale, che oscura il bene e ci immerge in pensieri e in trame di morte. Fa sempre piacere poter acclamare qualcuno da cui attendiamo soluzioni facili ed immediate ai nostri più pressanti problemi. Gesù che aveva rifiutato di essere acclamato Re, dopo la moltiplicazione dei pani, che dirà a Pietro, che tenta di difenderlo con la spada, il mio Regno non è di questo mondo, oggi acconsente di entrare trionfalmente a Gerusalemme, la città santa, per far comprendere che, prima di essere vittima degli uomini, egli, come vero Re, va incontro liberamente alla passione e alla morte. La sua passione è sì una terribile trama ordita dai suoi nemici e causata dai nostri peccati, ma innanzitutto è un disegno divino, una manifestazione palese dell'amore misericordioso del Padre, una esigenza della giustizia divina, una docile ed umile accettazione da parte di Cristo Gesù. Ecco perché accetta di essere acclamato re: è un altro modo per preannunciare la sua gloriosa risurrezione, il suo trionfo sulla morte. Il nostro Osanna quindi lo rivolgiamo a colui che già contempliamo nella fede come nostro vero ed unico Re e Signore, come redentore nostro e come colui che da trionfatore ci precede nella gloria. Le nostre acclamazioni non cesseranno perciò in questa domenica, ma diventeranno il nostro perenne rendimento di grazie, la nostra lode senza fine, che esploderanno in un gioioso Alleluia pasquale.

SOLENNITA' DI SAN GIUSEPPE - 19 MARZO 2010

Vita di San Giuseppe

Giuseppe nacque probabilmente a Betlemme, il padre si chiamava Giacobbe (Mt 1,16) e pare che fosse il terzo di sei fratelli. La tradizione ci tramanda la figura del giovane Giuseppe come un ragazzo di molto talento e un temperamento umile, mite e devoto.

Giuseppe era un falegname che abitava a Nazareth. All’età di circa trenta anni fu convocato dai sacerdoti al tempio, con altri scapoli della tribù di Davide, per prendere moglie. Giunti al tempio, i sacerdoti porsero a ciascuno dei pretendenti un ramo e comunicarono che la Vergine Maria di Nazareth avrebbe sposato colui il cui ramo avrebbe sviluppato un germoglio. "Ed uscirà un ramo dalla radice di Jesse, ed un fiore spunterà dalla sua radice" (Isaia). Solamente il ramo di Giuseppe fiorì e in tal modo fu riconosciuto come sposo destinato dal Signore alla Santa Vergine.

Maria, all’età di 14 anni, fu data in sposa a Giuseppe, tuttavia ella continuò a dimorare nella casa di famiglia a Nazareth di Galilea per la durata di un anno, che era il tempo richiesto presso gli Ebrei, tra lo sposalizio e l’entrata nella casa dello sposo. Fu proprio in questo luogo che ricevette l’annuncio dell’Angelo e accettò: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38).

Poiché l’Angelo le aveva detto che Elisabetta era incinta (Lc 1,39), chiese a Giuseppe di accompagnarla dalla cugina che era nei suoi ultimi tre mesi di gravidanza. Dovettero affrontare un lungo viaggio di 150 Km poiché Elisabetta risiedeva ad Ain Karim in Giudea. Maria rimane presso di lei fino alla nascita di Giovanni Battista.

Maria, tornata dalla Giudea, mise il suo sposo di fronte ad una maternità di cui non poteva conoscerne la causa. Molto inquieto Giuseppe combatté contro l’angoscia del sospetto e meditò addirittura di lasciarla fuggire segretamente (Mt 1,18) per non condannarla in pubblico, perché era uno sposo giusto. Infatti, denunciando Maria come adultera la legge prevedeva che fosse lapidata e il figlio del peccato perisse con Lei (Levitino 20,10; Deuteronomio 22, 22-24).

Giuseppe stava per attuare questa idea quando un Angelo apparve in sogno per dissipare i suoi timori: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in Lei viene dallo Spirito Santo" (Mt 1,20). Tutti i turbamenti svanirono e non solo, affrettò la cerimonia della festa di ingresso nella sua casa con la sposa.

Su ordine di un editto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutta la terra (Lc 2,1), Giuseppe e Maria partirono per la città di origine della dinastia, Betlemme. Il viaggio fu molto faticoso, sia per le condizioni disagiate, sia per lo stato di Maria oramai prossima alla maternità.

Betlemme in quei giorni brulicava di stranieri e Giuseppe cercò in tutte le locande, un posto per la sua sposa ma le speranze di trovare una buona accoglienza furono frustrate. Maria diede alla luce suo figlio in una grotta nella campagna di Betlemme (Lc 2,7) e alcuni pastori accorsero per fargli visita e aiutarli (Lc 2,16).

La legge di Mosè prescriveva che la donna dopo il parto fosse considerata impura, e rimanesse 40 giorni segregata se aveva partorito un maschio, e 80 giorni se femmina, dopo di che doveva presentarsi al tempio per purificarsi legalmente e farvi un’offerta che per i poveri era limitata a due tortore o due piccioni. Se poi il bambino era primogenito, egli apparteneva per legge al Dio Jahvè. Venuto il tempo della purificazione, dunque, si recano al tempio per offrire il loro primogenito al Signore. Nel tempio incontrarono il profeta Simeone che annunciò a Maria: "e anche a te una spada trafiggerà l’anima" (Lc 2,35).

Giunsero in seguito dei Magi dall’oriente (Mt 2,2) che cercavano il neonato Re dei Giudei. Venuto a conoscenza di ciò, Erode fu preso da grande spavento e cercò con ogni mezzo di sapere dove fosse per poterlo annientare. I Magi intanto trovarono il bambino, stettero in adorazione e offrirono i loro doni portando un sollievo alla S. Famiglia.

Dopo la loro partenza, un Angelo del Signore, in apparizione a Giuseppe, lo esortò a fuggire: "Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e sta la finché non ti avvertirò; perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo" (Mt 2,13).

Giuseppe si mise subito in cammino con la famiglia (Mt 2,14) per un viaggio di circa 500 Km. La maggior parte del cammino si svolse nel deserto, infestato da numerose serpi e molto pericoloso a causa dei briganti. La S. famiglia dovette così vivere la penosa esperienza di profughi lontano dalla propria terra, perché si adempisse, quanto era stato detta dal Signore per mezzo del Profeta (Os XI,1): «Io ho chiamato il figlio mio dall’Egitto» (Mt 2,13-15).

Nel mese di Gennaio del 4 a.C, immediatamente dopo la morte di Erode, un Angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Alzati, prendi il bambino e sua madre e và nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino» (Mt 2,19). Giuseppe obbedì subito alle parole dell’Angelo e partirono ma quando gli giunse la notizia che il successore di Erode era il figlio Archelao ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazareth, perché si adempisse quanto era stato detto dai profeti: «Egli sarà chiamato Nazareno» (Mc 2,19-23).

La S. famiglia, come ogni anno, si recò a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Trascorri i giorni di festa, si incamminarono verso la strada del ritorno credendo che il piccolo Gesù di 12 anni fosse nella comitiva. Ma quando seppero che non era con loro, iniziarono a cercarlo affannosamente e, dopo tre giorni, lo ritrovarono al tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati ti cercavamo». (Lc 2,41-48).

Passarono altri venti anni di lavoro e di sacrificio per Giuseppe sempre accanto alla sua sposa e morì poco prima che suo figlio iniziasse la predicazione. Non vide quindi la passione di Gesù sul Golgota probabilmente perché non avrebbe potuto sopportare l’atroce dolore della crocifissione del Figlio tanto amato.

5^ DOMENICA DI QUARESIMA - 21 MARZO 2010

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 8,1-11)
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
Parola del Signore

Commento alle letture
E' vicino il momento in cui Cristo farà la rivelazione più radicale - e la più incomprensibile per l’uomo - della sua potenza: morire sulla croce. È uno “scandalo per gli Ebrei, follia per i popoli pagani” (1Cor 1,23).
Già prima Gesù aveva parlato ai suoi discepoli della croce, che li stupì e confuse. Quello che osservavano, nel comportamento sociale, è che l’uomo utilizza la debolezza degli altri per affermare il proprio potere. Ma Gesù diceva loro: “I re delle nazioni... e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così” (Lc 22,25). E i farisei che pretendono di usare una povera donna, colta in flagrante delitto di adulterio, per compromettere Gesù, gli danno in effetti l’occasione di insegnare con un esempio i suoi nuovi metodi.
In primo luogo Gesù mette in evidenza l’ipocrisia dei farisei: “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra. Dopo, toglie loro qualsiasi argomentazione. Mette in evidenza la loro ignoranza colpevole della legge che insegna che Dio, essendo potente sovrano, giudica con moderazione e governa con indulgenza, perché egli opera tutto ciò che vuole (Sal 115,3). Infine - e questo è il punto più importante del Vangelo -, Gesù insegna alle folle che non esiste più grande manifestazione di potere che il perdono. La morte stessa non ha un così grande potere. In effetti, solo il potere di Cristo, che muore crocifisso per amore, è capace di dare la vita. E soltanto il potere che serve a dare la vita è vero potere.

4^ DOMENICA DI QUARESIMA - 14 MARZO 2010

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-3.11-32)
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
Parola del Signore

Commento alle letture
“O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione”: è con questa preghiera che apriamo la liturgia di questa domenica. Il Vangelo ci annuncia una misericordia che è già avvenuta e ci invita a riceverla in fretta: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”, dice san Paolo (2Cor 5,20).
Il padre non impedisce al suo secondogenito di allontanarsi da lui. Egli rispetta la sua libertà, che il figlio impiegherà per vivere una vita grigia e degradata. Ma mai si stanca di aspettare, fino al momento in cui potrà riabbracciarlo di nuovo, a casa.
Di fronte all’amore del padre, il peccato del figlio risalta maggiormente. La sofferenza e le privazioni sopportate dal figlio minore sono la conseguenza del suo desiderio di indipendenza e di autonomia, e di abbandono del padre. La nostalgia di una comunione perduta risveglia in lui un altro desiderio: riprendere il cammino del focolare familiare.
Questo desiderio del cuore, suscitato dalla grazia, è l’inizio della conversione che noi chiediamo di continuo a Dio. Siamo sempre sicuri dell’accoglienza del padre.
La figura del fratello maggiore ci ricorda che non ci comportiamo veramente da figli e figlie se non proviamo gli stessi sentimenti del padre. Il perdono passa per il riconoscimento del bisogno di essere costantemente accolti dal Padre. Solo così la Pasqua diventa per il cristiano una festa del perdono ricevuto e di vera fratellanza.

3^ DOMENICA DI QUARESIMA - 7 MARZO 2010

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 13,1-9)
In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
Parola del Signore
.
Commento alle letture
Due fatti di cronaca e una breve parabola costituiscono l'ossatura del vangelo odierno, dando modo a Gesù di formulare insegnamenti validi anche oggi. Il primo è "il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici"; il secondo riguarda "quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise". Ricordiamo: Ponzio Pilato era il governatore romano della Palestina, espressione di una potenza che per affermarsi non esitava a ricorrere alla violenza; Siloe era un quartiere, il più antico, di Gerusalemme.
Quegli episodi di duemila anni fa trovano un facile parallelo nell'attualità: il primo, nella violenza praticata dagli uomini, dalle persecuzioni contro le minoranze (ad esempio quelle recenti contro i cristiani in India) agli attentati dinamitardi e alle guerre, dagli spacciatori di droga agli automobilisti ubriachi che provocano incidenti mortali, dagli inquinatori dei fiumi alla criminalità organizzata e via inorridendo; il secondo, nella violenza della natura, con il corredo di morti per terremoti, tsunami, tempeste tropicali, montagne franose, eruzioni vulcaniche e via lamentando.
"Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? O quelle diciotto persone… credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?" chiede Gesù, conoscendo la mentalità dei suoi ascoltatori: e in entrambi i casi risponde con un categorico " No, io vi dico". Anche oggi non manca chi vede nelle disgrazie altrui una punizione del Cielo; ma forse più numerosi sono quanti lamentano che Dio non intervenga a impedirle, dimenticando che se ci manovrasse come robot violerebbe la libertà di cui ci ha dotati. E con la libertà ci ha dato l'intelligenza, per costruire case antisismiche e non in luoghi a rischio, per evitare di assumere droghe e quant'altro danneggia noi stessi e chi ci vive accanto, per edificare un mondo più giusto dove sia bandita ogni violenza e si viva in uno spirito di solidarietà.
Piuttosto, di fronte alle morti per causa altrui Gesù invita a riflettere, aggiungendo al suo categorico "No" le seguenti parole: "ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo". Esse non vanno intese nel senso che chi non si converte morirà di morte violenta; alla luce di altri passi della Scrittura sull'argomento, quelle parole sono un richiamo al fatto che tutti subiremo la morte fisica, ma l'importante è non subire anche quella eterna. Non sappiamo quando giungerà la fine della vita terrena: potrebbe capitare all'improvviso, e dunque occorre da subito pensare al "dopo".
Il "dopo" comporta un giudizio, per valutare i frutti che in questa vita ciascuno ha prodotto. E' quanto Gesù ricorda con la paraboletta del fico sterile: "Sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?" Così dice il padrone al contadino, il quale risponde: "Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai". In altre parole: Dio si aspetta frutti dall'uomo, e gliene offre i mezzi; aspetta con pazienza, ma non all'infinito. Ne deriva il richiamo a non trascorrere una vita vuota, ma a riempirla di buoni frutti in vista del giudizio, e senza tardare, perché non sappiamo quando il giudizio arriverà. Davanti all'unica certezza di questa vita, la sua fine, non bisogna dunque né restare paralizzati dalla paura o dalla rassegnazione, né trascorrere i giorni presenti nell'indifferenza o nel male. Il richiamo di Gesù suona piuttosto come un invito a valorizzare la vita, a viverla in pienezza, densa di bene.

2^ DOMENICA DI QUARESIMA - 28 FEBBRAIO 2010

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,28-36)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto. Parola del Signore

Commento alle letture
"Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore" (sal 26), recita il salmo responsoriale di questa domenica, e, in tal modo, ci indica anche uno dei significati di questo tempo liturgico, il quale, oltre che cammino di fede, è anche cammino di speranza, la stessa speranza, che ci sostiene nella vita, e dà forza al desiderio di conseguire la felicità, raggiungere la salvezza, e realizzare l'incontro con Dio. E' la stessa speranza che il Salmista canta in questi versi:
"Di te ha detto il mio cuore: cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto". ( sal.26)
La speranza, di conoscere il volto del Signore, è quella che sostiene il fedele, anche nei giorni oscuri della sofferenza, quella che faceva esclamare a Giobbe, icona dell'uomo provato da innumerevoli tribolazioni: "...dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, i miei occhi lo contempleranno, e non da straniero..." (Gb. 19, 27) La ricerca del Volto di Dio, è il desiderio profondo che attraversa tutta la Storia della Rivelazione; conoscere questo Volto, significa contemplare la gloria di Colui che salva, che ama e guida il suo popolo, verso "la terra promessa", immagine, dietro la quale, è adombrata la salvezza eterna. È la promessa fatta ad Abramo, padre nella fede, che animato da questa speranza, inizia il suo lungo peregrinare, che ritroviamo nella prima lettura.
"Non nascondermi il tuo volto", supplica, ancora, il Salmista. A questo desiderio profondo e vitale dell'uomo, Dio ha risposto, nella pienezza dei tempi, col suo Figlio che, incarnandosi, ha assunto un volto umano, e lo ha assunto in tutta la concretezza della sua realtà: dallo stupore del bambino, al volto dell'amico, capace di aiutare, di godere e di soffrire; in Cristo, il Volto di Dio, si è mostrato, in tutto, simile ad ogni volto d'uomo, nella bellezza, cantata dal salmo: "tu sei il più bello tra i figli dell'uomo...sulle tue labbra è diffusa la grazia..." (sl.44), e nel disfacimento dell'angoscia al momento della passione della morte. Di questo Volto, ci parla, oggi, Luca, nel brano del Vangelo, che racconta la trasfigurazione di Cristo, sotto gli occhi di tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni, quelli stessi, che dovranno tenergli compagnia nel Getzemani, e che, per primi, dovranno dare testimonianza della resurrezione del Signore. "In quel tempo, recita il testo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e salì sul monte a pregare".
È durante la preghiera, che il volto del Maestro cambia d'aspetto, Luca non dice altro del volto di Cristo durante la trasfigurazione, solo, aggiunge, che la sua veste divenne " candida e sfolgorante", due aggettivi che sono segno della divinità. L'uomo Gesù, rivela ai suoi discepoli la sua natura divina, ed essi ne hanno conferma, nelle parole provenienti da quella nube, che li aveva avvolti: «Questi è il Figlio mio, l'eletto: ascoltatelo».
Sul monte, accanto a Gesù, i tre discepoli videro, anche "due uomini, che parlavano con lui", Mosè ed Elia, precisa l' Evangelista, simboli della Legge e dei Profeti, una presenza, che è chiaro segno, che tutto l'antico Testamento confluisce nel Cristo Figlio di Dio, piena rivelazione del Padre.
In tanta gloria, che aveva tenuto svegli quei poveri uomini, oppressi dal sonno, Mosè ed Elia, parlano con Gesù della sua "dipartita", del suo "esodo" da questo mondo; parlano, quindi, dell'imminente passione, allorché il volto del Figlio di Dio non avrà più bellezza, né splendore, come profetizzò Isaia, ma sarà coperto di sputi e di sangue, sarà sfigurato dal dolore, tanto, da non attirare più alcuno sguardo. È questa, l' immagine che fa da sfondo, a quella figura d'uomo dal volto splendente e dalle vesti sfolgoranti.
La visione, tuttavia, è di breve durata, essa non può costituire un rifugio; le parole di Pietro: «Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende...», non hanno senso, nel progetto salvifico di Dio, e non rientrano nella missione del Cristo; bisogna scendere dal monte e dirigersi verso Gerusalemme, e da lì salire al Calvario, bisogna portare a compimento l'esodo, tenendo vive nel cuore, le parole udite dalla nube:«Questi è il Figlio mio, l'eletto: ascoltatelo!».
La visione, di Cristo trasfigurato è, principalmente, la manifestazione della sua divinità, ma è, anche, la rivelazione, dello splendore finale, del volto di ogni uomo redento.
Quando, il nostro esodo personale, giungerà a termine, e la nostra speranza, troverà compimento nell'incontro con Dio, anche noi splenderemo della Sua stessa gloria.
È la forza e la consolazione che ci vengono dall'evento grande della Trasfigurazione, consolazione e forza, che devono essere l'anima del nostro cammino di fede e di speranza, che, inevitabilmente, passa per una via di dolore e di croce; "Se qualcuno vuol venire dietro di me - ha detto Gesù – prenda la sua croce e mi segua" ( Mc. 8,34); non si può percorrere una strada, diversa da quella che porta al Golgota, e vedere il Volto del Padre.

1^ DOMENICA DI QUARESIMA - 21 FEBBRAIO 2010

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 4,1-13)
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.
 
COMMENTO ALLE LETTURE
Gesù di Nazareth, vero Dio e vero uomo, proprio, in quanto uomo, viene tentato; la sua fede è messa alla prova, nel deserto, là, dove Egli si era ritirato, per un tempo di preghiera e di digiuno."Gesù, pieno di Spirito Santo, recita il Vangelo di Luca, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto.."Il deserto è, il luogo che caratterizza la Quaresima, che diventa, così, tempo di particolare silenzio e solitudine, tempo, che prevede, anche, delle rinunce, allo scopo di creare uno spazio interiore, maggiormente aperto a Dio e alla sua Parola; in questo tempo, infatti, la parola di Dio, deve risuonare più alta nell'anima, più alta di tutte le altre voci, nelle quali siamo, inevitabilmente, immersi. In questo modo, la Quaresima, diventa luogo di contemplazione, del Mistero di Cristo Redentore, e tempo di preghiera più intensa, nella quale, la fede si fa più chiara e forte. La fede, dono grande di Dio, dono gratuito, non è, infatti, qualcosa di scontato, che viva per forza d'inerzia, ma ha bisogno di esser alimentata, rinsaldata, e resa capace di tradursi in uno stile di vita, serio e coerente. E' quel che, in questa prima domenica di Quaresima, ci insegnano le tre letture e il salmo responsoriale, un insegnamento che viene dalla vita e dalla Storia, nella quale Dio si rivela, col suo amore che salva. Il primo insegnamento è quello che ci offre il breve passo del Deuteronomio, in cui Mosè dà ragione dell'offerta delle primizie a Dio; nelle sue parole è riassunta la storia del suo popolo, un popolo che non aveva terra, che si insediò in Egitto, dove fu ridotto in schiavitù ed oppresso, ma fu liberato, e condotto da Dio, nelle terra che Egli stesso aveva promesso: "Gli Egiziani ci maltrattarono, recita il testo, ci umiliarono e ci ridussero in schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall'Egitto con mano potente e con braccio teso,.... ci condusse in questo luogo, e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele". Anche il Figlio di Dio, uomo come noi, fu messo alla prova, con quelle stesse tentazioni, che insidiano ogni esistenza umana, la tentazione del possesso, del potere, e della manipolazione di Dio. Tentazioni che, l'Evangelista stigmatizza in tre frasi: «Se tu sei figlio di Dio, di' a questa pietra che diventi pane» «Ti darò tutta questa potenza, e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani, e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo». «Ai suoi angeli, darà ordine per te, perché essi ti custodiscano... essi ti sosterranno cori le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra.» A queste insidiose proposte del Maligno, Gesù risponde, con la forza della fede nella parola di Dio:«Sta scritto: non di solo pane vivrà l'uomo.». Poi, di fronte alla visione dei regni della terra, Lui, che avrebbe testimoniato una regalità ben diversa, fondata sull'amore che si attua nel servizio, risponde: «Sta scritto: solo, al Signore tuo Dio ti prostrerai, lui solo adorerai». Infine, Luca parla di Gerusalemme, la città santa, l'ultimo traguardo della vita terrena di Gesù, qui, sul pinnacolo del tempio, dove Satana lo ha trasportato, il Figlio di Dio affronta, l'ultima tentazione. Gesù sapeva bene d'essere il Messia, la sua coscienza d' esser il Figlio di Dio, inviato dal Padre, per la redenzione dell'uomo, era chiara, ma, ora, di fronte a Lui c'è una scelta: o esser il Messia trionfante, spettacolare, potente, oppure, il Figlio obbediente, disposto a bere il calice amaro della condanna e della morte.Di fronte alla tentazione di Satana, di manipolare Dio, e, assoggettare la volontà di Lui a quella dell'uomo, Cristo risponde: «E' stato detto:"Non tenterai il Signore, Dio tuo"». L'insegnamento del Vangelo è chiaro, e la testimonianza del Salvatore Gesù ci è di conforto; Cristo, come ogni altro uomo, ha affrontato l'insidia del Maligno, ma la forza della fede, ha vinto. Di questa Parola, Paolo, oggi, ci parla con questa parole: "Fratelli, che dice la Scrittura? «Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore»: cioè, la parola della fede che noi predichiamo. Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore, che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore, infatti, si crede per ottenere la giustizia e, con la bocca si fa la professione di fede, per avere la salvezza."»(Romani 10, 8 13) Una salvezza offerta a tutti, in ogni tempo e in ogni luogo della terra; "Infatti, continua l'Apostolo, chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato".

MERCOLEDI' DELLE CENERI

Con l'espressione Mercoledì delle Ceneri (o Giorno delle Ceneri o, più semplicemente, Le Ceneri), nelle chiese cattoliche di rito romano e in alcune comunità riformate, si indica il primo giorno della Quaresima, ovvero il primo giorno del periodo liturgico "forte" a carattere battesimale e penitenziale in preparazione della Pasqua cristiana. In tale giornata, pertanto, tutti i cattolici dei vari riti latini sono tenuti a far penitenza e ad osservare il digiuno e l'astinenza dalle carni. Proprio in riferimento a queste disposizioni ecclesiastiche sono invalse alcune locuzioni fraseologiche come carnevale (carne vale, cioè "è permessa la carne") o Martedì grasso (l'ultimo giorno di carnevale, appunto, in cui si può mangiare "di grasso").

La parola "ceneri" richiama invece in modo specifico la funzione liturgica che caratterizza il primo giorno di Quaresima, durante la quale il celebrante sparge un pizzico di cenere benedetta sul capo o sulla fronte dei fedeli per ricordare loro la caducità della vita terrena e per spronarli all'impegno penitenziale della Quaresima. Per questo il rito dell'imposizione delle ceneri prevede anche la pronuncia di una formula di ammonimento, scelta fra due possibilità: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» oppure «Convertiti e credi al Vangelo».

CANDELORA

Il 2 febbraio la Chiesa Cattolica celebra la presentazione al Tempio di Gesù 2,22-39, popolarmente chiamata festa della Candelora, perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo "luce per illuminare le genti", come il bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio di Gerusalemme, che era prescritta dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi.

La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l'usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù.